Se provo a digitare su Internet <Radio Trapani Centrale> trovo una breve nota nella quale galleggia solo qualche data, qualche nome, qualche indirizzo: “fu fondata in tale anno da Tizio, Caio e Sempronio, ebbe la sua prima sede in via X e poi si trasferì in via Y, cessò di trasmettere in tale anno…”

E’ come visitare un museo archeologico: reperti isolati, staccati l’uno dall’altro, corredati di qualche scarna didascalia; ma, nel complesso, oggetti del tutto devitalizzati.

Poi interrogo la mia memoria; e, sebbene anch’essa mi restituisca ricordi slegati, sento che essi <respirano>, e ancora richiamano l’attenzione dei miei sentimenti: sono lacerti di vita vissuta e agìta, non meri cimeli che riposano dentro una teca.

C’è di mezzo – mi dico – senza dubbio la nostalgia della mia irripetibile giovinezza; ma c’è pure qualcos’altro: la consapevolezza che quell’esperienza di partecipata socialità non è stata inutile alla mia vita successiva. Non so, purtroppo, se essa non sia stata inutile anche per questa città. Sembrerebbe cancellata, infatti, quell’esperienza, stando a quel che si vede oggi; sembrerebbe espunta – forse a causa della sua effimera durata – dal costume, dalla prassi politica, da quella che (con termine abusato) si suole chiamare <coscienza sociale>: ma chissà se è davvero così.

Sull’avventurosa fondazione di RTC – pulsante delle aspettative (e di quel tantino di incoscienza) che solo a diciotto/vent’anni si possono nutrire – ha già scritto Ninni Novara, uno di coloro che hanno <posto la prima pietra>. Su tutto il resto, invece, non rimane altro che la memoria di quanti vi hanno fatto parte: per molto o per poco tempo, occupando spazi piccoli e spazi più grandi. E’ la memoria individuale che dovrà contribuire a comporne una collettiva, ma senza la pretesa di tradurla in discorso organico, ordinato, del tipo <soggetto-predicato-complemento>. Perché in RTC non c’è stato mai un regime statutario che regolava le ammissioni: si entrava spontaneamente, e spontaneamente si era accolti.

Permane, nei miei ricordi, questo clima di allegro disordine ben organizzato, che tuttavia non disturbava nessuno. E non ha mai interferito con il rispetto pedissequo dei <palinsesti>, ovverossia delle scalette di programmazione quotidiana, dal primo mattino fino a notte inoltrata.

Chi davvero ha voluto lavorare alla radio ha sempre trovato il modo di ritagliarsi un ruolo, una <specializzazione>, che in non pochi casi ha oltrepassato la barriera del mero dilettantismo. C’era spazio in RTC, c’era libertà, c’era fervore. E c’era anche il senso del dovere, che portava ciascuno di noi a rispettare scrupolosamente gli impegni assunti: che si trattasse di condurre una trasmissione musicale o di <coprire> gli spazi del notiziario.

Ma c’è stata, in RTC, soprattutto aggregazione: aggregazione di giovani che cercavano di dare un senso ulteriore alla propria vita sociale del momento. Con un po’ di enfasi, dico che cercavamo di orientarci nel mondo che si apriva fuori dalle mura di casa e dalle aule della scuola: e, in primo luogo, quel mondo al quale ci affacciavamo fu la nostra città, raggiunta con un mezzo di comunicazione nuovo, le cui potenzialità erano tutte da esplorare. Le abbiamo, in parte, esplorate. E la città rispose. Oggi risponderebbe più?

Per qualche mese ho condotto la trasmissione di apertura, alle sette del mattino. Era una trasmissione prevalentemente musicale, con l’intercalazione di qualche breve chiacchiera. Per sigla avevo adottato un frammento di un brano del Perigeo, <La valle dei templi>. E ho fatto parte della redazione giornalistica, a partire dai giorni pesantissimi del novembre ’76, quando la città subì una disastrosa alluvione. La redazione era forse il settore di RTC sottoposto a un po’ più di disciplina. Il nostro direttore, Tanino Rizzuto, giustamente regolava i <toni di voce> di ciascuno di noi; frenava i nostri arrembaggi verbali, e cercava di darci un abito più professionale. Credo che, alla fine, sia riuscito a far suonare passabilmente un’orchestrina di principianti, quali noi eravamo.

Ricordo che, qualche giorno dopo l’alluvione, andai in Consiglio Comunale con Pierangelo Traballi, che alla radio era arrivato il giorno prima, tanto che non sapevo ancora come si chiamasse. Ci sedemmo sui banchi della <stampa> (noieravamo la <stampa>) e assistemmo alla concitata seduta nella quale la Giunta (sindaco Cesare Colbertaldo) cercava di arrampicarsi sugli specchi, scaricando sulla <fatalità> il peso tragico di quel disastro. A un certo punto Pierangelo fece un’osservazione a voce alta. Enzo Tartamella (corrispondente del Giornale di Sicilia), seduto dietro di me, mi domandò come si chiamasse quel mio collega, e io gli risposi che non lo sapevo, suscitando il suo verace commento: “Mancu tra iddi si canùscinu”. Non era del tutto vero: noi, alla radio, ci conoscevamo anche prima di esserci presentati.

Sono tante le immagini che si riaffacciano alla mia memoria, brandelli di ricordi: alcuni nomi, alcune voci, alcuni visi di allora: accalorati in qualche discussione ristretta o allargata alle frequenti <assemblee>; oppure distesi e allegri in qualcuna delle nostre <plenarie> conviviali.

Di una cosa sono certo ancora oggi, a distanza di cinquant’anni. La voce di RTC avvicinò la città al resto del paese. Ripenso ai collegamenti che per noi fece qualche volta da Roma un giovane e bravissimo giornalista de <La Repubblica>, Carlo Rivolta. Aspettava pazientemente che noi preparassimo il collegamento, nel corso del notiziario pomeridiano, e poi ci raccontava – in uno/due minuti – che cosa stava succedendo nelle università occupate o nei cortei della capitale, durante i mesi convulsi del nuovo <movimentismo> giovanile, all’inizio del ’77. Ed è, questo, un ricordo che tuttora rievoco con un po’ di commozione quando penso che la vita di Carlo Rivolta sarebbe stata stroncata dalla droga, a trentadue anni, nel 1982.

E poi ci sono stati i congressi nazionali della F.R.E.D. (Federazione Radio Emittenti Democratiche) – almeno un paio – a Roma. Ci andai con Giorgio. E lì erano molte le radio libere: grandi, come Radio Milano Centrale, Radio Città Futura, Radio Alice, la nascente Radio Radicale; e piccole, come la nostra. Ma tutte vicine, in una prossimità di intenti che forse furono in parte fuorviati e distolti da un clima politico troppo acceso. Tutte sperimentavano, però, un esercizio più maturo del diritto di parola, della libertà di espressione che si traduceva in critico intervento sulle più spinose questioni sociali e sull’esigenza di rendere più stretto, più diretto, più funzionale il rapporto tra la cittadinanza e quelle <istituzioni> dentro le quali veniva esercitato il governo (a tutti i livelli: nazionale, regionale, locale), ovvero il <potere>, come allora ci piaceva chiamarlo. Ci faceva sentire più grandi e più importanti il ruolo di <contraltare> del <potere> che quel mezzo affascinante, la radio libera (libera, non <privata>), ci aveva permesso (anche se per poco tempo) di esercitare.

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