Una mattina d’autunno del 1976, durante la rovinosa alluvione che quell’anno colpì la nostra città, con Paolo Salerno ed altri amici – di cui nel ricordo offuscato dal tempo mi sfugge l’identità – raggiungiamo la sede di RTC, in via Vespri. “Navigando” le vie cittadine in canotto, provenienti dal Dazio, come all’epoca veniva ancora chiamata la Piazza Martiri d’Ungheria non distante dalla mia abitazione di allora, ci si accingeva verso quello che era luogo allegorico nonché sede pratica di una sorta di auto-percepita missione.

Questo è il ricordo più antico che lego alla Radio, come con familiare sineddoche chiamavamo RTC, tra noi frequentatori e animatori.

Parlandone con Paolo Salerno, prima di redigere questa nota, scopro che anch’egli ricorda la circostanza ma che, nella sua raffigurazione di quella singolare mattinata, la direzione del moto risulta per così dire invertita: secondo Paolo, partivamo (anziché arrivare) da via Vespri per raggiungere il centro città, in canotto, fino alla Farmacia Garraffa, da dove l’acqua, defluendo, consentiva di proseguire a piedi.

Non so quale sia la esatta dinamica del fatto, per altro non particolarmente rilevante sotto il profilo “storico”, ma certo questo ricordo esprime e ben riassume la natura della mia esperienza in RTC: 1. non ne fui fondatore ma mi avvicinai ad essa a sua costituzione già ben avvenuta; 2. lo feci con lo spirito avventuroso di chi si accinge ad un’impresa sentita come eroica; 2. vi era uno strettissimo legame di esperienza e di cronaca tra l’attività in Radio e la già ricordata, funesta alluvione.

E, da lì, a rammemorare le lunghissime sessioni consiliari, aperte alla città, a palazzo D’Alì sul tema del canale di gronda … tra no, sì, come, quando e perché, il passo è breve. Meno diretto ma comunque spontanea sorge un’esclamazione supplementare e trasversale al trascorrere del cinquantennio in argomento: ma quanto continua a piacere  e sempre ci è piaciuto, a noi italici, arrovellarci in dibattiti attorcigliati tra non sempre credibili esperti, su opere che altrove realizzano senza tanto baccano in qualche mese o poco più!

Ma, a parte questo, non irrilevante dettaglio storico, che già altri riprendono e meglio di me sviluppano, tra queste pagine, quali erano, le arie, i motivi ricorrenti, che attraversavano i nostri aneliti radiofonici di quegli anni?

Innanzitutto, quello che era un refrain giovanile dell’epoca e cioè salvare il mondo dai suoi mali e Trapani, in particolare, dai suoi più o meno presunti sonnecchiamento culturali. Pervadere la città ed il globo attraverso la città dei nuovi valori e dei nuovi paradigmi culturali di derivazione post bellica e sessantottesca, che avevano già fatto sentire la loro forza espressiva negli appena trascorsi anni sessanta, attraverso le rapide evoluzioni musicali dal melodico al beat e da lì al rock. Sotto l’influsso di essi, tutta quella generazione – che costituisce i cosiddetti e non raramente disprezzati boomer di oggi – era cresciuta, tra entusiasmi, inquietudini e qualche immancabile lacerazione.

Ne costituiva parte essenziale, ancorché non esclusiva, la lotta contro mafie e malaffari che per la verità, in varie salse ed edizioni, nel nostro Paese non mancano mai. Volendo, ancora due refrain.

Non li descrivo come tali per insinuare che il malaffare più o meno mafioso non esista o che la necessità di combatterlo sia frutto di stucchevoli manierismi ma per evidenziare che questi temi ed i corrispondenti atteggiamenti possano divenire fonte di scontate ovvietà non ulteriormente interrogate, elementi costitutivi di identità sedimentate di eroi del bene che combattono demoni del male, secondo una logica che può divenire essa stessa stanca, ripetitiva, insufficientemente auto-esplorata da parte di chi se ne faccia rappresentante o epigono. Nulla, nell’umano, è esente dal rischio dell’appiattimento nella sua normalizzazione ideologizzante. Nulla ci vaccina contro le tentazioni assolutistiche, pur di varia e contrapposta coloritura. Niente può proteggerci in modo totale da niente. Lo credo abbastanza fermamente da lungo tempo e non ricavo l’impressione che sia roba da poco. Anzi.

Non so se e quanto di questa abbozzata riflessione sia la mia di oggi e quanto fosse presente in nuce nel me di quegli anni. Non lo posso sapere con precisione ma ho la sensazione intima che una traccia di essa già si aggirasse nei miei meandri interiori, fin da allora.

So, ad esempio, che la mia partecipazione a RTC fu sicuramente importante ma mai totalizzante, nel panorama dei miei interessi. All’atto pratico, mi piaceva starci dentro, lo trovavo stimolante e strutturante ma preferivo tenermi anche un po’ defilato, in un angolo solitario un po’ più mio. E sicuramente, forse anche a causa di ciò, non credo di avere offerto contribuiti particolarmente incisivi o memorabili. Diversamente da altre esperienze della mia vita, soprattutto negli studi (prima di RTC) e nelle attività professionali (dopo), nelle quali mi sono ritrovato a calarmi in modo più pervasivo, di quanto mi accadde con RTC.

Vi è certamente da tener presente che non avevo né ho mai avuto particolari attitudini o interessi giornalistici, se non da terza pagina, e quello in fondo mi andai arrabattando a fare, per un po’, in Radio: seguire degli eventi culturali e riferirne al pubblico radiofonico con reportage, interviste e commenti da studio.

Uno di essi mi sovviene in particolare e riguarda una compagnia teatrale (credo) spagnola che ebbe a portare in scena all’Ariston, un’opera di Garcia Lorca. Me ne occupai, se non erro, insieme all’amico Pierangelo Traballi nell’inverno del ‘77.

Non ricordo se si trattasse della Tragicommedia di Don Cristobal e Donna Rosita o de La casa di Bernarda Alba.

Ma ricordo che in quel contesto mi imbattei in un motto allegorico di Lorca, posto poi in esergo alla relativa trasmissione. Si tratta di un pensiero poetico, rimbalzato insistentemente nei miei pensieri fino ad oggi, da quel tempo remoto, che recita più o meno così: la luna, per i poveri è un pane e, per i ricchi, uno sgabello di seta bianca (in altre traduzioni, un tamburello di seta bianca).

Un pensiero di una potenza espressiva notevole, a non solo mio giudizio, usualmente evocato per sottolineare la differenza di esperienza di vita tra chi vive del proprio lavoro e chi delle rendite derivanti dal lavoro altrui. Ma che a me ha continuato a parlare dell’importanza di riconoscere la relatività dell’esperienza umana e dei giudizi che ne discendono, invitandomi a mantenermi rigorosamente ancorato ad un metodo di conoscenza dell’umano e dell’interumano (inclusa la politica) che si fondi saldamente su questo presupposto.  Un atto di fede, se si vuole,  che ha avuto ed ad oggi ha un ruolo centrale nel mio modo di concepire le cose del mondo e quelle che riguardano me stesso, senza una sempre netta demarcazione esperienziale dei due pur distinti ambiti.

Manifestare oggi, qui, la mia gratitudine per un momento del mio percorso forse non così esteso e coinvolgente come avrebbe meritato, ma sicuramente fecondo, e scandito da incontri arricchenti di cui in parte ho detto, non è solo un must morale ma uno squisito ed intimo piacere. Fra i tanti, arricchenti incontri di quella stagione voglio qui menzionare quello con il mio grande amico Saro Agliano, alla coltivazione del quale anche, e me ne dolgo, ho dedicato meno tempo di quanto avrebbe meritato.

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