Cinquant’anni di Radio Trapani Centrale

Quest’anno, noi di Radio Trapani Centrale non saremo i soli a celebrare l’anniversario del mezzo secolo: molte, anzi moltissime, radio “libere” furono fondate in Italia proprio cinquanta anni fa; ma, la maggior parte di esse, dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 28 luglio 1976; Radio Trapani Centrale, invece, fece parte di quella quota minoritaria di radio “libere” la cui fondazione precedette quella decisiva sentenza con la quale fu di fatto sancìta la liberalizzazione dell’etere per le trasmissioni radiotelevisive a diffusione locale.

In un certo senso, si trattò di una “sfida” al sistema del monopolio radiotelevisivo; una “sfida” che era stata lanciata fin dall’anno prima con iniziative, sia radiofoniche che televisive, avviate da sparute avanguardie di privati sparsi in tutta Italia. Iniziative che subirono sequestri e denunce da parte della polizia, nonché i procedimenti giudiziari davanti ai Pretori. In sede processuale fu eccepita la costituzionalità della norma di legge che blindava il monopolio della RAI, e proprio su queste eccezioni alla fine si pronunciò la Corte Costituzionale.

Ma la “sfida” al monopolio RAI scaturiva non soltanto dalle sporadiche avventure dei privati nel mondo delle frequenze radiotelevisive, quanto piuttosto dal “clima” politico-sociale di quegli anni; un clima nel quale la libertà di espressione e di aggregazione cercava sempre nuovi spazi (e l’“etere”, in quel frangente, era lo “spazio” per eccellenza).

La pressione sociale per favorire l’accesso pluralistico al mezzo radiotelevisivo era diventata piuttosto forte nei primi anni ‘70, e la legge di riforma della RAI non era riuscita a frenarne la spinta, perché comunque aveva tenuto fermo il principio del monopolio.

Ho parlato di “comunicazione radiotelevisiva”: ma, in verità, in quello scorcio degli anni ’70, lo spazio cercato e trovato, soprattutto dal mondo giovanile, fu quello radiofonico. Innanzitutto, perché la tecnologia per avviare una stazione radiofonica era davvero basica, e dunque poco costosa. Poi perché la radio era in grado, per le sue stesse caratteristiche, di raggiungere capillarmente il proprio pubblico di riferimento, a qualunque ora del giorno e della notte. E infine perché l’offerta delle radio “libere” combaciava – almeno all’inizio – con la domanda: da una parte si chiedeva molta musica, dall’altra si trasmetteva molta musica. Goffredo Fofi – in un suo libro del 2004 – ricordando la radio nazionale negli anni a cavallo fra i ’60 e i ’70, scriveva: “…vi cercavamo musica, ma solo quella classica, perché l’altra – da Dylan al rock – vi trovava poco o insignificante spazio”. La musica, dunque, in prima battuta, fu la chiave del successo delle radio “libere” italiane. E, subito dopo la musica, venne l’informazione: quella locale, cittadina, territoriale. Noi di Radio Trapani Centrale sappiamo quanto sia stata utile e gradita la nostra presenza nei giorni convulsi del dopo-alluvione, nel novembre del 1976. Gradita alla cittadinanza, non certo al sindaco e alla giunta comunale.

Intrattenimento musicale e informazione locale: notizie, dibattiti, approfondimenti sui fatti di cronaca, sulla politica locale, sul malfunzionamento dei servizi pubblici nel territorio. Quel genere di informazione di cui il pubblico sentiva davvero la mancanza; quella informazione rispetto alla quale la RAI, per forza di cose, mostrava la propria totale inadeguatezza.

Nella storia dei primi anni ’70 in Italia il tema della libertà di emittenza radiofonica occupa senz’altro una parte non secondaria. Credo di non sbagliare affermando che la parziale liberalizzazione dell’etere alla quale in quegli anni si pervenne, non fu il risultato di una evoluzione tecnologica che precedette e orientò le abitudini degli utenti (come pressappoco sarebbe avvenuto con Internet), ma si trattò piuttosto della appropriazione collettiva e spontanea di uno spazio sociale nuovo. Nessuno pensava al futuro di questa bella libertà; nessuno si preoccupava della sopravvivenza di questa frammentatissima realtà, che si reggeva sull’entusiasmo dei volontari e sulla precarietà finanziaria, organizzativa, e spesso anche tecnologica. Era, insomma, una sorta di favola bella destinata, come tutte le favole, a sciogliere il proprio incanto dentro una realtà che, già a partire dagli anni Ottanta, cominciò ad adeguarsi a quelle che si chiamano “leggi” di mercato.

Torniamo alla Corte Costituzionale. Dopo la sentenza del 1976 centinaia di radio libere sorsero in Italia. Erano circa 1.600 nel ’78, secondo il Ministero delle Poste; circa 1.800 nel ’79, secondo la rivista specializzata <Altrimedia>. Ma tuttora non è certo il numero delle emittenti in quegli anni, perché mancava un regolamento di assegnazione delle frequenze, in assenza di una legge apposita che sarebbe arrivata solo nel 1990.

La sentenza della Corte era stata occasionata, come ho già detto, da una decina di rilievi di costituzionalità sollevati nei processi davanti ai pretori. L’esercizio abusivo di emittenza radiotelevisiva da parte dei privati era un illecito, statuito da una norma di legge che attribuiva esclusivamente alla RAI il diritto a occupare le frequenze radiotelevisive.

Non poteva, ovviamente, la Corte Costituzionale, introdurre norme positive, ma soltanto abrogare quelle norme ritenute in contrasto con la Costituzione. E così fu abrogata la norma che vietava l’installazione e l’esercizio, in ambito locale, di impianti radiotelevisivi da parte dei privati; fu abrogata per violazione degli articoli 3 e 21 della Costituzione (principio di eguaglianza, libertà di manifestazione del pensiero, libertà di stampa).

Questo regime di “non divieto” durò in Italia fino al 1990, quando fu approvata la legge Mammì, dal nome del ministro proponente, Oscar Mammì, titolare del dicastero delle Poste e Telecomunicazioni nel VI Governo Andreotti.

Una legge che giungeva tardi e serviva solo a prendere atto della preponderanza che, nella galassia dell’emittenza radiotelevisiva privata, avevano nel frattempo assunto i grandi gruppi imprenditoriali.

Dopo i primi anni di entusiastica e “democratica” occupazione dell’etere, infatti, l’accaparramento delle frequenze aveva finito con l’obbedire a una logica decisamente mercantile: inevitabilmente, sulla radio e soprattutto sulla televisione si erano concentrati consistenti interessi economici, che fagocitarono presto quello spirito goliardico, un po’ sbarazzino, ma anche autenticamente libertario e inclusivo, che fu il marchio delle radio “libere”.

E’ lunga e articolata – e soprattutto molto parcellizzata – la storia di quei pochi anni nei quali le radio “libere” entrarono nelle case degli italiani portandovi una ventata di aria nuova e fresca, sotto ogni profilo.

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