Riccardo Mazzocchio

(dal libro storie di un bambino bizzarro)

Era il periodo in cui al liceo ribollivamo di idee. E com’era stato possibile che anch’io avessi qualcosa da dire e da proporre ma soprattutto che avessi cambiato obiettivi e orizzonti? Lo attribuisco al diverso approccio all’insegnamento di alcuni professori e alla loro capacità di entusiasmare, processo già iniziato in terza media ad opera dell’insegnante d’italiano e latino e poi continuato al ginnasio e al liceo classico.

A un certo punto del mio itinerario scolastico avvertii uno scollamento netto tra ciò che ero stato fino a quel momento – un mediocre esecutore di compiti per nulla interessato alle materie, costretto e restio a imparare e immagazzinare — e ciò che ero diventato negli ultimi due anni di liceo: uno spirito pensante, d’improvviso illuminato e consapevole della bellezza dello studio e dell’importanza del sapere. Superato quello stato di larva in cui i pensieri, inseguendosi senza alcuna consequenzialità, erano esposti in un vortice illogico e regredita la nebbia dell’intelletto che non consente di vedere oltre, mi scoprivo lettore vorace e attento, assaporavo il piacere del testo e dell’approfondimento letterario non fine a sé stesso. La lettura divenne il mio

cavallo di battaglia, il tramite per valicare confini e abbattere pregiudizi al di là degli obblighi e delle scadenze scolastiche. Non è un caso che i miei primi esperimenti di scrittura risalgano a quell’epoca. In tale stato di grazia e in compagnia di altri entusiasti del momento, avevamo creato la prima emittente libera – Radio Trapani Centrale – in cui io curavo il programma di jazz insieme a un amico più anziano, Roberto, dai baffetti radi e le camicie a righe blu, capelli lisci e occhiali azzurrati, sornione e rilassato come un gattone alla guida del suo Maggiolino rosso…coca-cola e whisky e un’esperienza di vita passatami a piene mani da cui attingere come da un pozzo senza fondo e che mi faceva sentire più in alto e fuori di chiunque allora.

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