Radio Trapani Centrale come “moto dell’anima”.
Comincio col dire che sono molto contento di essere qua, tra tutti voi.
Con sincerità devo anche dire che quando Paolo mi ha parlato di questa iniziativa due o tre mesi fa, non ero certo di voler intervenire, e questo perché in genere gli amarcord collettivi mi danno tristezza; così come le cene tra ex compagni di scuola.
Tra le tante ragioni, anche per il rammarico di non incontrare chi non c’è più, o chi, stando male, non può partecipare.
Forse perché tutto questo segna il gran tempo di vita già trascorso.
Ma Laura, la mia compagna di vita, che gode di un carattere più ottimista del mio, ha teneramente insistito.
Mi ha fatto osservare che RTC era una comunità di persone mosse da interessi culturali comuni, e che, di conseguenza sarebbe stato importante, a distanza di 50 anni, riflettere insieme su cosa ha significato la radio per tutti noi e per il nostro territorio.
Mi scuserete se alcune memorie potranno essere assenti o imprecise, ma credo che valga per tutti un difetto di memoria a distanza di tanto tempo.
Cinquant’anni son poca cosa in assoluto, ma sono tanti per la vita di una persona.
Io credo che la radio è stata per tutti noi un’esperienza umana straordinaria, che non ho difficoltà a definire come “un moto dell’anima”.
Questo non vuol dire che non fosse un’esperienza ragionata, che produceva informazione e contenuti culturali, sociali e politici estremamente positivi e innovativi per la società trapanese.
Ma vuol dire che chi l’ha immaginata e l’ha creata – cioè i fondatori della radio – lo hanno fatto con uno spirito libertario ed inclusivo.
Lo stesso spirito che ha ispirato per alcuni anni decine di volontari, quasi tutti allora ragazzi.
Questa cosa l’ha già ben raccontata Ninni quando scrive: “Rtc è stata anche la presa della parola da parte di alcuni ragazzi altrimenti votati al silenzio, o a parlare solo la lingua dominante. Radio Trapani era nell’aria: bisognava inondarla, riempirla di onde sonore diverse. Con entusiasmo, coraggio, allegria ed amicizia”.
Mi piace l’immagine suscitata da Ninni:
RTC come la canzone nel vento di Bob Dylan.
E poi Ninni aggiunge: “Non c’erano padroni a RTC, e nessuno era sotto padrone: per questo RTC era libera”.
Io sono fortemente convinto che Ninni ha ragione; era proprio così!
Anche Saro si mostra d’accordo quando scrive: “ sperimentavamo un esercizio più maturo del diritto di parola e della libertà di espressione, che si traduceva in un critico intervento sulle più spinose questioni sociali e sull’esigenza di rendere più stretto, più diretto, più funzionale il rapporto tra la cittadinanza e le istituzioni”.
Sono convinto che anche Saro abbia ragione.
Il nostro comune sentire: spenderci per il bene della comunità.
E a riprova del fatto che era così, mi piace ricordare come sono diventato uno dei redattori della radio.
Negli anni che precedono la fondazione della radio, a partire dal biennio ‘68/’69, avevo partecipato a pieno titolo al movimento degli studenti e alla lunga coda di quel movimento sociale che nei primi anni ‘70 modernizzò la società italiana, a partire dal referendum sul divorzio e dall’approvazione delle leggi che regolano i rapporti di lavoro, la sanità pubblica, il diritto di famiglia e così via.
Sapevo dell’esistenza della radio da uno dei fondatori, da Gaspare, mio amico e compagno di occupazione del Liceo Fardella.
Francamente non avevo un’idea precisa di quale potesse essere l’utilità di questo strumento, e mentre, dubbioso come sempre, ci ragionavo, a Trapani arrivò l’alluvione con il suo carico di morti e di distruzione.
In quel momento i miei dubbi furono fugati, non tanto per il ruolo, comunque importantissimo, svolto dalla radio come “ponte” tra i cittadini dispersi, i loro familiari, i vigili del fuoco e le autorità in genere, quanto nel diventare in pochissime ore, o in pochissimi giorni, il megafono della protesta seguita a quel disastro.
Un disastro che noi capimmo subito, non era affatto naturale.
Fu così che decisi di venire in radio anch’io per dare una mano.
Credo che la stessa cosa sia successa a tutti i componenti la redazione giornalistica, a quelli della redazione giovanile e a chi, amante della musica, si sarebbe dedicato alle trasmissioni dei vari generi musicali.
In molti approdammo alla radio dopo l’allagamento della città, rimpinguando così il nucleo dei ragazzi fondatori.
Tutti fummo mossi dal comune sentire, con più o meno consapevolezza, di volerci spendere per il miglioramento culturale e sociale della nostra comunità.
Tutti ci siamo avvicinati timidamente alla radio e siamo stati accolti con entusiasmo e generosità.
In particolare noi che volevamo dedicarci all’informazione, abbiamo trovato in Tanino la figura del giornalista professionista che ci guidava in quella importante attività.
Allora più o meno tutti noi, giovani redattoti, ritenevamo che si trattava di una guida forse un po’ troppo timorosa, per poi capire che avevamo avuto più ascolto e più presa sulla popolazione grazie a quella che oggi definirei la sua “prudente radicalità”.
Quella prudente radicalità praticata, ad esempio, nel denunciare i responsabili della speculazione edilizia che nei decenni precedenti aveva esposto la città, e che la espone tutt’oggi, a ciclici allagamenti.
L’avventura della redazione del Radio Trapani Giornale di RTC.
A tal proposito vale la pena ricordare quello che definimmo il “fischio anti-querela” – suggerito credo da me -. Che era quel fischio che producevamo volontariamente, come fosse un’interferenza, in un certo punto della registrazione di un articolo molto bello del giornalista del quotidiano “L’Ora” Franco Nicastro, nel quale venivano fatti i nomi di alcuni responsabili di quello che definimmo “il sacco della città”.
E vale la pena di ricordare come per mesi abbiamo messo alla berlina l’allora potente sindaco Cesare Cobertaldo, facendo precedere e seguire il ritornello della canzone “Ma chi è?” di Bennato ad una frase estrapolata dall’intervista che gli aveva fatto Angelo, quando, con grande arroganza, supponenza e prepotenza, Cobertaldo disse:
“Trapani è come una vasca da bagno, togli il tappo e l’acqua se ne va”.
Un vero insulto alle vittime dell’alluvione.
Inoltre, in mezzo a tanti altri gustosi episodi, vale la pena di ricordare quando Pierangelo, intervistando il vescovo di allora, il quale invocava come valore l’opportunità della lentezza di certi cambiamenti sociali, chiuse l’intervista dicendo: “seppure la nostra idea di società possa essere la stessa, noi vogliamo arrivarci in fretta, senza attendere l’aldilà”.
Infine mi piace ricordare:
- i nostri servizi sulla occupazione delle case al rione Cappuccinelli;
- le nostre interviste ai giudici Ciaccio Montalto e Giovanni Falcone, a Michele Pantaleone, Adele Faccio, Marco Pannella;
- le nostre collaborazioni con Radio Alice di Bologna, Radio Città Futura di Roma e Radio Sud di Palermo, mentre di quella con Carlo Rivolta del quotidiano “La Repubblica” ha già scritto Saro;
- la nostra polemica col partito di opposizione di allora – il PCI – il quale prima presentava in pompa magna al cinema Ideal il “libro bianco sull’alluvione”, e poi, dopo essere entrato per breve tempo nell’area pre-govennativa, non lo pubblicava per non dispiacersi coi partiti di governo con cui sperava di allearsi;
- e, infine, la nostra contestazione della scelta della Federazione del Tennis e del Coni di far partecipare la squadra italiana alla finale della Coppa Davis nello stadio di Santiago del Cile dove vennero torturate e uccise migliaia di persone dall’orrido e sanguinario dittatore Pinochet.
Il suono armonico e il messaggio univoco libero e profondo di RTC.
Ecco questa attività, unita alla freschezza delle trasmissioni della redazione giovanile prodotta dagli allora redattori più piccoli, a quella altamente professionale della redazione sportiva diretta da Franco, e alla varietà dell’offerta musicale di redattori appassionati e competenti, ha composto, in continuità tra una trasmissione e l’altra, una voce di modernità, di profondità culturale e di libertà intellettuale, che all’esterno veniva vissuta come un suono armonico prodotto da un’orchestra formata da tantissimi strumenti, che produceva un messaggio univoco che, come giustamente scrive Saro: “di una cosa possiamo essere certi ancora oggi, a distanza di cinquant’anni: la voce di RTC avvicinò la città al resto del paese”.
Io penso che questa è la cosa di cui tutti noi possiamo andare più fieri, e cioè di aver fatto fare in pochi mesi un grande passo in avanti alla nostra comunità; un passo che probabilmente si sarebbe compiuto ugualmente, ma in un tempo infinitamente più lungo.
Radio Trapani Centrale come frutto migliore nato dal movimenti degli studenti e dei giovani di Trapani.
E’ opinione comune degli storici più avveduti che il nostro paese, unificato sul piano statuale dalle lotte del Risorgimento, è rimasto diviso in due socialmente ed economicamente per oltre cento anni.
Non è stato riunificato dalla resistenza al nazifascismo perché vissuta in modo diverso dai cittadini del nord e del sud del paese.
Per forza di cose nel dopoguerra non sono riuscite ad unificarlo le battaglie contadine del meridione d’Italia, né le lotte operaie del nord Italia, a causa della diversità della loro base sociale e dei diversi obbiettivi di queste lotte.
Il paese ancor oggi è diviso dal punto di vista economico, ma certamente il movimento degli studenti è riuscito ad riunificarlo dal punto di vista sociale; e questo per l’ovvia ragione ché ci sono studenti a Torino come a Trapani, studenti che vivono le stesse problematiche, la stessa condizione di marginalità culturale e, spesso, anche economica.
Da quel movimento, che, alleandosi con le lotte dei lavoratori di quegli anni, ebbe la pretesa di cambiare totalmente lo stato delle cose, sono nati nel nostro paese mille rivoli di cambiamento, spesso carsici, che hanno coinvolto anche la comunità trapanese, la quale fino ad allora viveva sostanzialmente come un corpo separato dal resto del paese.
Tra i fenomeni di cambiamento che hanno coniugato Trapani con l’Italia intera, oltre l’attività di RTC, possiamo ricordare in un elenco certamente non esaustivo: lo sviluppo delle associazioni culturali come “Gli amici della musica”, il “Circolo del cinema”, lo sviluppo delle attività delle associazioni antimafia come Libera e Ciao Mauro, certamente anche l’attività informativa svolta da Mauro Rostagno, interrotta tragicamente dal suo omicidio, in quella televisione che, per caso o per scelta – non so se lo avete mai notato -, recitava in sigla come la nostra radio – RTC-.
Penso che Radio Trapani Centrale è stata uno il frutto migliore nato dal movimenti degli studenti e del movimento giovanile in generale che si è sviluppato in città nel corso degli anni che precedono la sua fondazione.
Radio Trapani Centrale ha rappresentato per la comunità trapanese una potente meteora caduta in una palude stagnante, regolata da una corruzione diffusa e da regole al limite della legalità o decisamente illegali, tollerate e accettate da tutti come se fossero normali.
Badate bene, non è che oggi la situazione sia idilliaca, ma certamente almeno oggi i cittadini sono in grado di riconoscere l’illegalità, e di scegliere di praticarla per convenienza o di non farlo, giudicandola deprecabile moralmente e socialmente.
In estrema sintesi e in conclusione possiamo affermare con ragionevole certezza che RTC è stata il fattore determinante che ha reso più europea e libera la nostra comunità e, comunque l’ha posta in completa sintonia con l’intera comunità nazionale.
Come scrisse il Giudice Peppino Di Lello, prima di diventare uno dei componenti del pool antimafia, in una sentenza che liberava le radio libere, come la nostra, dalla voracità della SIAE:
“le radio libere sono un’espressione di libertà garantita dalla Costituzione Repubblicana, forse una libertà condita da troppe forme espressive non adeguate – troppi “cioè”, “al limite”,”nella misura in cui”, “un certo discorso” – ma pur sempre: libertà.
Bravi a tutti noi.
Buon 25 aprile.
Ora e sempre resistenza.