Nella seconda metà degli anni Settanta, facevo parte di un piccolo gruppo di liceali con molte idee nella testa, spesso ingarbugliate, e la voglia di svegliare la nostra città, Trapani, al tempo ancor più sonnolenta e mal amministrata di adesso.
Quel gruppo, di cui ricordo facevano parte Laura, Giuseppina, Efisia, Pino, Giacomo, e io, Pietro, propose a quella nuova radio locale sorta di recente, Radio Trapani Centrale, un programma pomeridiano per trasmettere non solo musica ma anche inchieste tra i giovani, discussioni, dibattiti sui libri che leggevamo. Eravamo scettici che la cosa potesse interessare, ci avrebbero mai detto di sì? Era quella davvero una radio libera oltre ad essere una radio locale?
A Radio Trapani Centrale ci dissero che potevamo andare in onda e così, un po’ sorpresi e molto entusiasti, ci preparammo. Al programma, in onda tutti i giorni dalle 15 alle 17, demmo il titolo Cliché, detto con ironia, per prendere in giro l’atmosfera stantia e le tante frasi fatte, antiche, su cui si reggeva la socialità trapanese del tempo e non solo.
Per Cliché, con un registratore a cassette in mano, andavamo a fare domande scomode ai ragazzi del tempo, quelli che stagnavano al di fuori degli Istituti o “tampasiavano” alla loggia senza alcuna prospettiva. C’era un clima diffidente, oltre che omertoso, che volevamo tentare di scalfire, forzare con i temi sociali ma anche molto personali e privati che proponevamo.
Piano piano la trasmissione cominciò a funzionare, lo capivamo dalle telefonate che ricevevamo durante la messa in onda, sempre più numerose, e dalla reazione di chi, finalmente, si lasciava intervistare senza mandarci a quel paese.
Ricordo che un pomeriggio telefonò in trasmissione una mia zia e la misi in onda: “Pietro, sono sorpresa da te, di certi argomenti non si dovrebbe parlare in radio. Smettetela!”. Io la ringraziai e capii che quel programma stava raggiungendo i suoi obiettivi, scandalizzare, scuotere i trapanesi, provare a farli parlare anche degli argomenti a quel tempo ritenuti scabrosi.
Venne anche fuori un questionario sull’uso delle droghe, uno sul sesso tra minorenni che discutemmo per molte trasmissioni in radio e, credo, fece riflettere parecchio. Insomma, oltre a far conoscere la musica non commerciale, il teatro di Gaber, i libri dalla Ravera a Marcuse, facevamo un po’ di clamore, quasi scandalo.
All’interno del programma lanciai una rubrica, “Al lume di una idea”, che raccoglieva e trasmetteva le poesie, i racconti che scrivevano e ci mandavano le ragazze e i ragazzi che ci ascoltavano. Per la verità, non erano tanti questi contributi e quando non si riusciva a riceverne a sufficienza allora ci inventavamo qualcosa da noi e così, personalmente, mi appassionai anche alla scrittura. La cosa bella è che in Radio ci lasciavano fare, potevamo sentirci liberi e il programma andò avanti per un paio d’anni.
Successivamente, ho lavorato molti anni per la televisione (da Tele+, a Sky e Fox) e mi sono sempre portato dietro quel bagaglio di idee, di libertà e di voglia di fare di quegli anni. Pochi, invero, a Radio Trapani Centrale, perché decisi presto di lasciare la mia città che sentivo troppo piccola e provinciale; Radio Trapani mi aveva aiutato a sopportarla, a tollerarla, a darmi speranza che cambiasse e per questo motivo RTC è e resterà sempre tra i ricordi più belli della mia vita.
Sono convinto che Radio Trapani Centrale sia stata la protagonista di una sorta di rinascita culturale della città, almeno agli inizi, e quegli inizi, cinquant’anni dopo, sono ancora un patrimonio per tutti noi che li abbiamo vissuti e ascoltati.
Tutto questo merita davvero una celebrazione, senza retorica ma con tanto affetto e, se permettete, nostalgia.
Pietro Vicari
Monza, 08/01/2026